Riscossa Italia

 

IL MANIFESTO

 

Il sistema economico-sociale della Costituzione è un sistema coerente e completo, che pone il bilanciamento fra la necessaria libertà nell’agire in campo economico, inteso come spirito imprenditoriale, e l’altrettanto necessario controllo pubblico, affinché si attui la crescita generale della società, e che considera la tutela del lavoro in tutte le sue forme come un elemento fondamentale di coesione e pace sociale.

Questo programma è ancora attuale? Può essere le guida per riprendere un percorso di crescita effettivo e duraturo? La nostra risposta è sì.

La crisi economica che ancora affligge il nostro Paese e la stentata crescita che l’Eurozona nel suo complesso vede ormai da anni verificarsi, nonostante le manovre di allentamento monetario della BCE, ci dimostra che le politiche neoliberiste che regolano l’Unione Europea sono fallimentari. L’austerità, imposta dal sistema di cambi fissi che l’euro rappresenta, in quanto necessaria per non vedere esplodere gli squilibri di bilancia commerciale che le diverse dinamiche inflazionistiche cumulate dai singoli Stati necessariamente comportano e che si è attuata comprimendo i consumi attraverso la distruzione dei redditi dei cittadini, ha portato l’Europa ad un avvitamento in se stessa, ad una spirale recessiva che non solo ha impoverito i popoli europei, ma ha colpito il resto del mondo e soprattutto i Paesi in via di sviluppo, i quali si basavano sui consumi del nostro continente per sostenere la loro crescita e le loro esportazioni.

L’Europa da motore della crescita mondiale attraverso i consumi e la richiesta di materie prime per la sua produzione industriale è diventata una specie di “buco nero” che deprime l’economia degli altri Stati con la sua stagnazione, da qualcuno già ipotizzata come “secolare”, come se fosse un’ineluttabile destino futuro che ci attende.

Per non cadere definitivamente in questa trappola formata da bassa crescita, deflazione, calo dei redditi ed alta disoccupazione l’Italia deve uscire da questo folle sistema economico che favorisce solo la grande impresa e la finanza, redistribuendo le ricchezze verso l’alto, verso una ristretta élite di soggetti3, e deve riappropriarsi delle proprie politiche economiche e fiscali. Compiuto questo necessario passo il nostro Paese dovrà guardare di nuovo alla Carta e riprendere politiche per la piena occupazione e per la crescita del reddito.

La prima azione che un’Italia di nuovo sovrana dovrà compiere è programmare una serie di interventi di spesa pubblica per investimenti su piccole opere, soprattutto nel campo delle infrastrutture e della messa in sicurezza del territorio, che avranno il duplice scopo di migliorare la situazione italiana attualmente carente, per mancanza di manutenzione e ammodernamento, e creare lavoro per una serie di imprese private medio-piccole, che sono quelle che possono portare ad un aumento dell’occupazione quasi immediato, non avendo personale sottoutilizzato, ad un incremento dei redditi più diffuso, in quanto si darebbe lavoro a più imprese, rispetto alle grandi opere, e quindi ad un aumento dei consumi e degli investimenti, facendo così ripartire un circolo virtuoso di spesa-produzione-salari-consumi.

Parallelamente a ciò dovrebbe attuarsi una politica di taglio della tassazione diretta ed indiretta, tale da favorire i consumi, il cui effetto riduttivo sul gettito sarebbe temporaneo, in quanto proprio l’aumento della spesa privata e dei redditi porterebbe ad un successivo incremento delle entrate fiscali, pur con aliquote minori, senza considerare che, come dimostra empiricamente la Curva di Laffer, in caso di situazione di partenza di tassazione troppo forte, una diminuzione delle aliquote e quindi della pressione fiscale porta ad un aumento della base imponibile, in quanto alcuni soggetti che evadevano o eludevano trovano più conveniente non correre più rischi e pagare le tasse.

Nel momento in cui l’economia mostrasse segni di ripresa, allora si potrebbe cominciare ad attuare il dettato costituzionale con una serie di interventi: prevedendo ad esempio un limite inferiore ai salari ed alle retribuzione oraria, tale da soddisfare quanto previsto

dall’art. 36; ripristinando i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, oggi compressi dal Jobs Act e dalla flessibilità; recuperando un sistema previdenziale contributivo corretto ed una giusta età per andare in pensione, cosa che favorirebbe l’entrata al lavoro dei giovani, quindi lo svecchiamento dei dipendenti, soprattutto nella P.A., con conseguente aumento della produttività e della qualità in genere del servizio; formulando finalmente un piano industriale adatto alle caratteristiche della nostra impresa, dando quindi quell’indirizzo strategico, attraverso incentivi, sgravi, ma soprattutto semplificazioni burocratiche ed assistenza concreta che aiuterebbero i settori più innovativi ad emergere ed in generale l’imprenditoria a riprendere a competere a livello internazionale; recuperando la funzione statale di finanziamento della ricerca pura in propri dipartimenti (come il CNR) e all’interno delle università, come insegna l’esperienza nordamericana, base fondamentale per lo sviluppo di tecnologie e brevetti che successivamente potrebbero essere sfruttati dai privati.

Senza contare che, con l’introduzione dei lavoratori nella gestione delle aziende, così come previsto dall’art. 46 ed auspicato dai Costituenti, si otterrebbe quell’unione di intenti fra proprietà e forza lavoro che, come abbiamo visto, ha reso grande la Germania e migliora il livello generale di benessere di un Paese, evitando quei conflitti anche aspri che caratterizzano i rapporti attuali. In quest’ottica una revisione sostanziale dei sindacati, con l’applicazione integrale dell’art. 39 (le paure di controllo e censura statale sono ormai antistoriche) e la creazione di un sindacato unitario, pur con il rispetto delle differenze di ciascuna sigla, farebbe recuperare autorevolezza ai rappresentanti dei lavoratori e li responsabilizzerebbe ad una più attenta difesa dei loro diritti, dovendo assumere il ruolo di un organo riconosciuto di interesse pubblico.

Da ultimo, in un Paese che ricomincia a crescere, potrebbe trovare spazio un’effettiva tutela della disoccupazione involontaria, che rimarrebbe residua, e che per questo verrebbe meglio assistita, attraverso programmi di qualificazione o riqualificazione ed un sostegno economico temporaneo non effimero.

Ci sarebbero ancora molti altri aspetti da esaminare, come l’indubbia necessità di recuperare il pieno controllo pubblico nei settori strategici o l’importanza della creazione di banche dedicate ai singoli settori imprenditoriali (commercio, artigianato, industria, ecc.) sotto il controllo pubblico, ma quello che qui importa comprendere è che il progetto della Costituzione in ambito economico è la base di serie politiche di sviluppo e la fonte ideologica di provvedimenti che porterebbero ad una crescita sostanziale ed equilibrata. Da esso è possibile ricavare le linee guida per interventi in ogni campo della nostra economia; certamente vanno espunte dalla Carta quelle norme sciaguratamente apposte a modifica di alcuni articoli, come l’81 o il 117, che hanno inserito concetti, come il pareggio di bilancio (81), o che prevedono l’applicazione vincolante del patto di stabilità interno di cui agli artt. 121 e 126 TFUE (117), che sono ambedue antitetici con l’idea di Stato come agente attivo in ambito economico e che minano alla base tutto l’impianto costituzionale, impedendo lo svolgimento dei compiti di cui all’art. 3 comma II.

Si tratta di un vero e proprio programma per ripartire, per uscire dalla crisi che ci attanaglia con fasi alterne da ben otto anni e che ha portato alla scomparsa del 25% del nostro tessuto industriale, un programma che mette le persone al primo posto e non il bilancio, i diritti sociali e non i conti.

Tra continuare a rispettare i Trattati europei e recuperare lo spirito della Costituzione passa la differenza fra assistere impotenti al declino dell’Italia, cercando solo di rallentarne la caduta con politiche comunque inefficienti perché costrette nella gabbia dell’euro e dei parametri fiscali imposti dal TFUE e custoditi con feroce determinazione dalla Commissione europea, influenzata dalla Germania, con lo spettacolo avvilente di vedere i nostri governanti andare con il cappello in mano a Bruxelles per mendicare maggiore flessibilità, ed agire per contrastare questo declino, rimettendo in moto un Paese dalle grandi possibilità, con grandi capacità produttive ed inventive, un Paese che è stato una grande potenza economica, pur con le sue carenze, e che ha permesso alle generazioni dal 1960 al 2007 di migliorare costantemente il loro tenore di vita con una crescita della produttività che uguagliava ed a volte superava quella della Germania.

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