USCITA DALL’EURO

COSA SUCCEDE UNA VOLTA USCITI DALL’EURO? QUALI SARANNO GLI EFFETTI?

 

1) I MUTUI
Questo è il primo di una serie di approfondimenti sulle conseguenze REALI di un’uscita unilaterale dall’euro.
Il problema dei mutui, a tasso fisso o variabile, è uno dei problemi più sentiti dalla popolazione ed anche uno di quelli dove si esercita di più il terrorismo (pseudo)informativo delle trasmissioni di approfondimento e dei giornali.
Innanzitutto facciamo un po’ di chiarezza, riprendendo il dettato degli articoli del Codice Civile che trattano di modifica della valuta corrente nello Stato, la cosiddetta Lex Monetae:
Art. 1277.
Debito di somma di danaro.
I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.
Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.
Art. 1278.
Debito di somma di monete non aventi corso legale.
Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.
Questi sono i primi due articoli che trattano dei debiti pecuniari. Cosa ci dicono? Una cosa semplice: il primo che solo la moneta avente corso legale è idonea ad estinguere i debiti; conseguenza è che se una moneta non ha più corso legale al tempo del pagamento questo va fatto obbligatoriamente nella nuova valuta, l’unica che ha effetto solutorio. Il secondo che se il debito è in una valuta che all’interno dello Stato non ha corso legale, il debitore ha la facoltà (e non l’obbligo) di pagare con moneta a corso legale, con il cambio valutato al momento del pagamento. E’ evidente che la differenza è data dal fatto che la moneta descritta in questo articolo ha corso legale, ma non all’interno dello Stato, ovvero si tratta di moneta estera; la norma quindi indica il criterio, che è il pagamento facoltativo (facoltà lasciata al debitore) con moneta nazionale, ragguagliata al valore di cambio al momento del pagamento.
Riporto anche una massima giurisprudenziale molto interessante:
“In tutti i casi in cui l’obbligazione (in moneta estera) non sia indicata con la clausola “effettivo” o altra equipollente, né risulti che le parti abbiano avuto riguardo ad una specie monetaria avente valore intrinseco, la norma dà facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento, con conseguente impossibilità per il creditore di ottenere la rivalutazione del credito per la differenza tra il cambio all’epoca della stipulazione e quello all’epoca della soluzione” (C. 6887/1986).
Cosa dice la Cassazione mi sembra chiaro: quando ho un debito in valuta estera io debitore ho, come abbiamo visto, la possibilità di pagare in valuta nazionale e, cosa più importante, al valore di tale valuta al momento del pagamento, escludendo una eventuale rivalutazione. Naturalmente il problema, come nel caso concreto esaminato dalla Corte, sorge se la valuta nazionale nel frattempo si apprezza, ma cosa succede se, come accadrebbe in caso di uscita dell’Italia dall’euro, si svalutasse? In base all’art. 1278 c.c. si dovrebbe pagare con moneta ragguagliata al cambio esistente al momento del pagamento, ma, e questo è fondamentale, nulla vieta che una disposizione di legge deroghi a tale principio e fissi il cambio al momento dell’adozione della nuova valuta; anzi, in caso di uscita dall’euro, un provvedimento di deroga sarebbe doveroso ed indispensabile per non portare al tracollo l’economia del Paese.
Con una deroga la situazione sarebbe sotto controllo. Facciamo un esempio:
Mettiamo che l’Italia esca dall’euro e adotti come valuta nazionale la neolira e mettiamo che, come sarebbe auspicabile il cambio venga fissato 1/1, ovvero un euro è uguale ad una neolira. Ora supponiamo che Franco abbia un debito con Mario di 100 euro: cosa accade? Semplicemente che Franco ripagherà, se vuole, il proprio debito a Mario con la nuova valuta avente corso legale allo stesso valore nominale, quindi restituirà 100 neolire. Cosa accade se nel frattempo la neolira si è svalutata del 30% sull’euro? Assolutamente nulla, il debito è di valuta e Franco pagherà a Mario solo e soltanto 100 neolire (svalutate) senza che quest’ultimo possa contestarne il minor valore e senza poter pretendere la rivalutazione del credito. Mario ci perde? No, a meno che intenda acquistare qualcosa in euro all’estero; nel mercato interno, poiché tutti i valori dei beni e dei rapporti sarebbero ragguagliati con lo stesso criterio, la proporzione rimarrebbe uguale ed il potere di acquisto non cambierebbe, salvo una leggera possibile perdita sui beni importati successivamente all’uscita che potrebbero aumentare di prezzo.
Cosa diversa sarebbe se il debito fosse, come si dice, “di valore”, ovvero non è dovuta una somma nominale, ma il valore del debito: l’esempio classico è il risarcimento danni; qui ciò che è dovuto non è un importo, ma il valore di un danno subito, quindi questo valore deve rimanere integro, per cui, oltre agli interessi, il danneggiato avrà diritto alla rivalutazione monetaria della somma determinata come risarcimento.
E se il nostro Franco invece che con Mario ha un debito con Hans o con Alain, i quali sono cittadini stranieri e vogliono essere pagati in euro? Spiacenti, la facoltà del debitore rimane intatta e quindi Franco pagherà le sue 100 neolire ad Hans o Alain, senza che questi possano obbiettare nulla!
Avendo chiaro come funziona la Lex monetae possiamo ora capire cosa succederebbe ai mutui accesi con la propria banca: come abbiamo detto i mutui sono principalmente di due tipi: a tasso fisso ed a tasso variabile. Se uscissimo dall’euro cosa accadrebbe? Mettiamo che il nuovo governo in carica decide di fare il grande passo ed abbandonare l’euro per adottare le neolire. Immediatamente tutti i rapporti denominati in euro e retti da legislazione italiana o anche esteri senza una valuta espressamente indicata come unica fonte di pagamento, con clausola “effettiva” o similare, vengono convertiti nelle neolire, con un tasso di conversione 1/1, se non vogliono far impazzire i contabili. Quindi i mutui del cittadino qualunque (che è l’oggetto delle attenzioni “pelose” degli euristi) si trasformano per il futuro in mutui in neolire, sia per gli interessi che per la sorte.
Il mutuatario vedrà quindi il suo mutuo in euro trasformato in neolire. Ma gli interessi? Ci sono due possibilità: se sono a tasso fisso, nulla questio; devo un 4% fisso e quindi pagherò un 4% fisso. Mi sembra logico ed intuitivo. Se è a tasso variabile, questo di solito è composto da due parti: un tasso fisso e una parte determinata sull’Euribor, ovvero l’Euribor + una percentuale fissa di aumento. La parte fissa rimane fissa, mentre per l’Euribor ci sono due possibilità: essendo un tasso formato da una media dei tassi di prestito interbancario di un paniere di banche europee, o l’Italia, non facendo parte più dell’euro, esce dal paniere, e quindi l’Euribor andrà calcolato sul restante panel di banche, oppure l’Italia resta nel paniere e, l’eventuale aumento del tasso di interesse che dovrà pagare la banca nel panel per rifinanziarsi da altre banche europee, entrerà nel calcolo del tasso Euribor.
Ora se il paniere è composta da circa 40 banche, l’aumento dei tassi di 4 (tante sono le italiane nel panel) quanto incide sul totale? 1/10. Quindi, può l’Euribor aumentare di 5 volte, partendo mettiamo dal 0,5%? Ci vorrebbe un tasso interbancario applicato alle banche italiane del 20%, perché ciò avvenga… Può aumentare di 4 volte? No. Di 3? No. Di 2? forse, sarebbe un tasso del 5%, alto ma non impossibile.
La verità è che anche un aumento significativo del tasso di rifinanziamento delle banche italiane inserite nel paniere, diluendosi nella determinazione media porterebbe ad un aumento dell’Euribor probabilmente di un punto percentuale, a parità delle altre condizioni, quindi un aumento del tutto accettabile per chi ha un mutuo variabile, considerando il miglioramento economico che a medio termine dovrebbe procurare l’uscita dal cappio dell’euro e dei suoi parametri.
Il tasso complessivo aumenterebbe di 5 volte, come ipotizzò nel gennaio 2015 a Piazzapulita il banchiere Passera (un banchiere, notate…)? Evidentemente no. Come il prezzo della benzina è solo per il 25% influenzato dal costo del petrolio, così un tasso variabile vedrebbe l’aumento dell’Euribor di un punto influenzare il proprio tasso solo di una percentuale, rimanendo uguale la parte fissa (spread) del tasso applicato.
Per tutti gli altri rapporti debito/credito c’è la famosa Lex Monetae, già esaminata. Sintetizzando: NESSUNO e sottolineo NESSUNO potrebbe richiedervi il pagamento in euro del vostro acquisto ancora pendente (auto, ad esempio) o derivante da contratto in essere (rateale, di durata, ecc.) perché non sarebbe più una moneta avente corso legale in Italia, e NESSUNO potrebbe rifiutare un pagamento in neolire.
Se invece avete fatto un contratto sotto legislazione estera probabilmente avevate i vostri buoni motivi e comunque avete affrontato un rischio consapevolmente. Si chiama rischio di impresa.

 

2) STIPENDI, SALARI E PENSIONI

Dopo aver visto cosa accade ai mutui ed ai rapporti economici in genere vediamo ora in caso di uscita unilaterale dall’euro dell’Italia cosa accadrebbe ai nostri guadagni ed ai nostri redditi.

Come abbiamo ormai capito con l’applicazione della Lex Monetae tutti i rapporti vengono rinominati nella nuova valuta, unica ricordo che avrebbe corso legale nel Paese, per cui tutti gli stipendi, i salari e comunque gli emolumenti percepiti, come ad esempio le pensioni, sarebbero riconvertiti in rapporto 1/1 in neolire (come abbiamo chiamato la NUOVA valuta che avrebbe corso dopo l’uscita). Ricordo che chi parla di “ritorno alla lira” compie un errore macroscopico, per ignoranza o per furbizia: la vecchia lira è ormai scomparsa e nulla la farebbe tornare in vita, per cui non esiste il ritorno alla valuta precedente o la necessità di cambiare gli euro a 1936,57, ovvero la conversione del 2002. Si tratterebbe di una nuova moneta a tutti gli effetti, primo dei quali che non esistendo prima non avrebbe alcun rapporto di cambio prefissato con l’euro, quindi potrebbe benissimo essere fissata alla pari al momento dell’adozione.

Chiarito ciò, avremo che un dipendente che prende attualmente 1300 euro si vedrebbe consegnare una busta paga di 1300 neolire. E qui già vedo la prima obiezione: ma se la neolira si svaluta allora il mio stipendio/salario varrà meno! No, o per lo meno non necessariamente e non automaticamente e vediamo perché; innanzitutto va sgombrato il campo da un frequente errore che confonde le idee ai meno accorti, ma anche a qualche pseudoesperto: la svalutazione non è l’inflazione e quella che conta all’interno di un Paese è l’inflazione. Mentre infatti la svalutazione è la perdita di valore di scambio di una moneta con un’altra, ovvero misura quante monete in più di un certo Paese ci vogliono per comprarne un’altra, l’inflazione è la perdita di potere d’acquisto all’interno di un Paese, ovvero misura quanta moneta in più ci vuole per acquistare lo stesso bene, o, che è lo stesso, quando è aumentato il prezzo di quel bene. Effettivamente per parlarsi di svalutazione ci deve essere un aumento generalizzato del prezzo dei beni, non di uno solo, ma quello che conta è che l’inflazione agisce all’interno di un Paese, la svalutazione all’esterno. Quindi preoccuparsi della svalutazione per i propri redditi è un non senso, a meno che non siete abituati a fare la spesa a Parigi o a Berlino…

Che poi vi sia un rapporto fra svalutazione ed inflazione, ovvero che una svalutazione porti successivamente ad un’inflazione, non è né certo, né riconosciuto, poiché dipende da tante altre variabili, comunque si può dire che una piccola percentuale di svalutazione può trasferissi in inflazione (c.d. passthrough) e la ragione è semplice: con la svalutazione una moneta estera ci costa di più, quindi un bene estero (la classica Mercedes) a parità di costo in euro costerebbe di più in neolire perché ci vorrebbero più neolire per la stessa quantità di euro necessaria all’acquisto della macchina. Conseguentemente alla svalutazione quindi tutti i beni esteri prezzati in euro costerebbero un po’ di più e questo farebbe aumentare il livello dei prezzi generale, ovvero appunto creerebbe inflazione.

Per i cittadini italiani quindi si avrebbe che con i loro guadagni potrebbero permettersi un po’ meno beni esteri, ma siccome la spesa la facciamo di solito in Italia e spesso con beni italiani (soprattutto i pensionati che consumano beni primari) in effetti la riduzione del potere d’acquisto sarebbe minima; non solo: le imprese italiane diverrebbero maggiormente competitive, sia all’estero, per effetto della svalutazione, sia all’interno, potendo avere dei prezzi concorrenziali rispetto ai produttori e concorrenti esteri che adesso costerebbero un po’ di più. Quindi questa spinta inflattiva in effetti sarebbe una boccata di ossigeno per le imprese nazionali che venderebbero di più e spingerebbe noi a consumare più italiano (che saremmo anche bravini a fare le cose…), perché più conveniente. Non un brutto effetto.

Temere quindi che la svalutazione della neolira eroda il potere di acquisto del proprio reddito o, come si dice rozzamente, faccia valer meno i propri soldi ha lo stesso senso di temere la pioggia ed uscire con l’ombrello perché la radio ha detto che a Londra diluvia…

 

3) CASE E RISPARMI

E veniamo ora a cosa accadrebbe fuori dall’euro al nostro patrimonio ed ai nostri risparmi.

Come sa chiunque abbia una casa negli ultimi quindici anni il valore degli immobili è sceso di circa il 40%. Ciò è stato causato da due fattori: il primo è la crisi di reddito che ha portato al crollo delle compravendite e quindi ad un mercato dove l’offerta supera di gran lunga la domanda; effetto conseguente e prevedibile è stato il calo del prezzo degli immobili. Il secondo è l’enorme pressione fiscale che si è abbattuta sulle abitazioni dal 2011 in poi, rendendo l’investimento, ma la stessa conservazione della casa come bene rifugio, non più profittevole e sostenibile. Anche questo fattore ha portato alcuni a dover liberarsi di case non di propria abitazione per il costo del mantenimento, altri, soprattutto le coppie giovani senza un reddito sicuro e continuo a posporre o rinunciare all’acquisto, per optare sul meno impegnativo affitto, con la conseguenza che ulteriori case sono state poste sul mercato e sono rimaste invendute.

Data questa situazione cosa accadrebbe al mercato immobiliare e al patrimonio immobiliare detenuto dagli italiani? Nel breve periodo, praticamente nulla, nel medio lungo periodo, un miglioramento del mercato e probabilmente un aumento dei valori. E vi spiego perché.

Come abbiamo visto, nel momento dell’uscita e ridenominazione di tutti i rapporti di debito/credito in nuova valuta i valori di ogni asset economico (redditi, beni, contratti) rimangono immutati ed i rapporti di valore/prezzo non cambiano nel mercato interno. Quindi evidentemente anche i valori degli immobili non varieranno: se ho una casa che vale 100.000 euro varrà 100.000 neolire (o quello che è); chiunque dica che gli immobili perderanno valore, mi deve spiegare il perché: forse si restringe la casa? Improvvisamente mi sparisce un vano? “Ah”, ribattono, “ma adesso la tua casa in euro si svaluterà!”. E allora? Quando faccio il conto dei miei beni vado forse adesso a vedere quanti yen vale? O quanti dollari? Abbiamo svalutato del 30% circa verso la moneta statunitense, qualcuno è minimamente preoccupato che il suo patrimonio in dollari vale il 30% di meno? No, e la ragione è semplice: la casa è in Italia, in italia si compra con l’euro e quindi a me interessa il valore in euro. Ecco lo stesso ragionamento va fatto in caso di uscita dall’euro e ritorno ad una nuova moneta nazionale: in Italia abbiamo le neolire? Ed allora cosa mi importa quanto vale in euro, dato che io non spendo in euro? Diventerà più conveniente per uno straniero? Ma ben venga! Abbiamo bisogno estremo di compratori che ritirino su il mercato, per cui se un’acquirente estero vorrà comprarla (al prezzo in neolire che io fisso) glie la venderò volentieri, dato che per me quello che conta è cosa posso comprare con quel denaro nel mio Paese (sarebbe il valore reale della moneta), sempre per il discorso che non si va a fare la spesa a Berlino, ma nemmeno a Montreux, che è più vicina…

Quindi una svalutazione della neolira rispetto all’euro, lungi dal provocare un impoverimento, provocherà un aumento del volume delle compravendite nel medio termine e, dopo il recupero dell’economia nazionale e quindi dei redditi, una rivalutazione del valore nominale e reale del bene. A quel punto uno Stato che non dovrà più ossessivamente ricercare entrate per sanare i conti (e vedremo prossimamente perché) potrà abbassare il peso fiscale sugli immobili e rendere più conveniente detenere una casa od acquistarla.

Questo per gli immobili. Per i risparmi e gli investimenti il discorso non è molto diverso: i detentori di debito pubblico vedranno rinominati i loro titoli e le cedole relative, ma all’interno di un sistema di ridenominazione che lascia i rapporti invariati (potere d’acquisto). Chi ha denaro liquido da parte vedrà ridenominato il suo risparmio, chi invece ha investito in fondi o altri strumenti vedrà anche aumentare il proprio investimento, se effettuato su un mercato estero in una valuta che si rivalutasse rispetto alla neolira. Fa parte del normale rischio/beneficio del cambio. Chiunque grida all’ingiusta speculazione non capisce nulla di mercati: è del tutto naturale che chi può o sa diversificare l’investimento, giocando anche sulla differenza quotazione delle valute, possa beneficiare anche di una ridenominazione. Nessuno si impoverisce se si vende una quota di partecipazione in euro e si ottiene una quantità maggiore di neolire. E’ semplicemente il funzionamento normale e corretto del mercato. Se qualcuno vende vuol dire che c’è qualcuno che compra, quindi che considera un buon affare comprare a quel valore.

Come si vede anche per i patrimoni nessuna sventura incomberà in caso di uscita dall’euro.

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