“FATE PRESTO”: LA TRAPPOLA DEL LUNGO PERIODO [di Luigi Pecchioli, pubblicato su asimmetrie.org]

Esiste un pericolo che dovrebbe spingere i sostenitori del recupero della sovranità nazionale e tutti coloro che vogliono ristabilire il sistema costituzionale, umiliato e piegato dai Trattati europei, a “fare presto”, come sollecitava un indimenticabile titolo del Sole24Ore della fine del 2011, un pericolo che definisco come “la trappola del lungo periodo”.  

Prendo spunto da uno dei tanti interessanti post che si trovano su Goofynomics, quello dal titolo “Anni buttati”, nel quale è presente questo grafico:

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Fonte: goofynomics.blogspot.it

Il grafico rappresenta la curva di crescita del PIL italiano pro capite in termini reali ai prezzi del 2005.Come si può vedere, per tornare al livello di PIL pro capite del 1999 Bagnai ipotizzava (nel 2013) che si sarebbe dovuto aspettare il 2017. Oggi, nel 2017, l’OCSE ci dice che siamo tornati al livello del PIL del 1997, meno quindi di quanto previsto pessimisticamente da Bagnai.

Vent’anni buttati.

In questi vent’anni sono cresciute almeno due generazioni che non hanno conosciuto nient’altro che crisi, sacrifici, austerità e politiche neoliberiste. Ed il pericolo è proprio questo. Questo aggiustamento, attraverso la svalutazione reale, ovvero la diminuzione dei salari e l’aumento della disoccupazione, attraverso il taglio lineare della spesa pubblica, attraverso la riduzione del perimetro di intervento statale per mezzo del pareggio di bilancio e dei parametri di contenimento del deficit e di riduzione del debito pubblico voluti dall’Europa, pur se lentamente, sta comunque avendo un effetto. La Spagna ad esempio, come dimostrano i dati macroeconomici, sta avendo dei ritmi di crescita del PIL e della produttività anche maggiori di quelli della Germania: dal 2014 al 2016 il PIL è cresciuto rispettivamente del 1,4%, 3,2% e 3,2%, con una prospettiva di crescita per il 2017 leggermente più bassa, del 2,3% (dati EIU e IMF), mentre la produttività ha avuto la seguente crescita:

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Fonte: Eurostat

Preso come indice il 1996, nel periodo di aggiustamento post crisi, dal 2008 fino al 2016 la produttività spagnola è aumentata di circa 12 punti, il doppio di quella tedesca che nello stesso periodo è aumentata di soli 6 punti e molto di più di quella italiana che è aumentata di un misero 0,3%.

Da che cosa deriva questo miracolo? Da un feroce aggiustamento dei salari e da una disoccupazione che nel periodo peggiore (2013) ha toccato il 26,1%. Un aggiustamento voluto ed imposto dall’Europa per accedere ai finanziamenti necessari per salvare e mettere in sicurezza il sistema bancario spagnolo (id est saldare i debiti contratti con le banche tedesche).

Ecco il rapporto salari/PIL, preso come indice il 1999 (se l’aumento del salario reale fosse pari a quello della produttività la retta dovrebbe essere piatta sul 100, ogni scostamento in alto o in basso significa un aumento del salario maggiore o minore della produttività):

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Fonte: Ameco

Come si vede la Spagna ha avuto un calo reale dei salari dal 2009 al 2013, anno in cui le politiche di aggiustamento hanno avuto l’impatto più pesante, di ben 10 punti.

Non stupisce che nel 2013 il tasso di suicidi degli spagnoli fosse di 9 al giorno, a fronte di 20 tentativi falliti, come riportava il giornale The Guardian e che dei 10 Paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo ben 9 fossero europei…

Questo è il grafico relativo al tasso di disoccupazione registrato nel 2016 e le previsioni per il 2017 e 2018: la disoccupazione in Spagna è oggi al 19,6%, per la prima volta sotto il 20%, e ci si aspetta un costante calo nei prossimi anni.

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Fonte: Ameco

Questi dati ci dicono che il “miracolo” spagnolo è stato effettuato sulla pelle dei cittadini spagnoli con una correzione durissima dei redditi e la compressione dei diritti dei lavoratori, oltre che finanziato da un deficit che, dal 2009 ad oggi ha sempre sforato i limiti previsti dal fiscal compact, passando dal 4,5% al 11,1% nel 2010, rimanendo fra il 9% ed il 10% negli anni successivi e scendendo solo nel 2016 al 4,4%, sempre comunque oltre il limite del 3% (dati Eurostat). Questo perché, avendo le manovre di austerità depresso e ridotto la capacità produttiva e la domanda interna, ed essendo la Spagna in costante deficit di bilancia dei pagamenti, l’unica maniera per sostenere e far crescere il PIL è il deficit dello Stato. Alla fine però, anche se si tratta di una crescita squilibrata e “drogata” dal deficit, da un punto di vista meramente macroeconomico, un miglioramento è visibile. E qui sta il problema.

Nel lungo periodo le politiche neoliberiste portano comunque ad un risultato. La distruzione di reddito, lo smantellamento del welfare, la riduzione dell’intervento pubblico sono politiche errate, che causano sofferenza e morte, ma se si lascia che vengano effettuate per un numero sufficiente di anni in qualche modo portano ad una ripresa, con condizioni peggiori e perdita definitiva di diritti e tutele, ma a una ripresa. Questo fatto è estremamente pericoloso, perché fa credere che, tutto sommato, quella fosse la strada giusta da percorrere (dolorosa, ma giusta) e perché fa ritenere che sia stato giusto smantellare quelle tutele che Padoa Schioppa definiva un “diaframma di protezioni” che allontanavano dalla salutare “durezza del vivere”. Le ultime generazioni che hanno vissuto solo questo tipo di politiche, che sono state cresciute nell’idea che in precedenza si stesse fintamente meglio, perché si viveva al di sopra delle proprie possibilità, accumulando allegramente debito, facendo insomma le cicale della famosa favola di Fedro, sono portate a credere che ciò che viene loro detto sia vero, che quelli che avevano i cittadini ed i lavoratori del passato non fossero diritti, ma privilegi odiosi che ora loro devono scontare.

Attenzione: questo aggiustamento su un livello più basso non è comunque senza effetti. Come si è visto, nei Paesi che hanno compiuto politiche di austerità molto forti il consenso politico dei partiti al governo ha avuto un crollo ed anche in Italia il partito più fedele all’Europa, il PD, oltre a perdere consenso, ha visto una spaccatura al suo interno che ha portato alla scissione. Oltretutto, anche se accettato, questo declino programmato è comunque causa di possibili tensioni sociali, da parte dei gruppi più colpiti (piccoli produttori, lavoratori dipendenti, commercianti).

Per limitare queste tensioni la strada intrapresa in Italia è stata duplice: da un lato “catturare” attraverso la concessione di qualche potere politico o beneficio economico i vertici delle associazioni di categoria e sindacali ed attraverso esse calmierare i soggetti colpiti comunicando la necessità di proseguire sulla strada delle riforme e paventando danni irreparabili e pericoli peggiori nel caso di percorsi diversi (uscita dall’euro, politiche espansive, ecc.), il tutto con il supporto della stampa di categoria (esempio, il Sole24Ore, organo di riferimento degli industriali, anche delle PMI). La facciata di organismo “indipendente”, necessaria per dare credibilità a tale comunicazione viene mantenuta attraverso il sostegno o la promozione di battaglie di categoria assolutamente marginali o generiche contestazioni all’operato del Governo con auspicio di modifiche che si sa già non saranno attuate.

Dall’altro prevedere un qualche tipo di “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia dell’opposizione (finta) del M5S, al fine di concedere un reddito di sussistenza agli espulsi dal processo produttivo, così da impedire il montare di una rabbia sociale che potrebbe destabilizzare il percorso per il raggiungimento del nuovo equilibrio. Non a caso si parla attualmente da parte del Governo della concessione di un “reddito di inclusione” ed una tale forma di sostegno, rigorosamente non distorsivo del mercato del lavoro, poiché ad esso estraneo, come auspicato dal pensatore ordo-liberista ed uno dei padri ideologici di questo sistema, Friedrich Von Hayek, è presente nei Paesi che hanno subito più fortemente le politiche neoliberiste. Il risultato è che, nonostante il netto impoverimento e la perdita di diritti sociali, gli italiani continuano a sopportare questo progressivo smantellamento ormai da sei anni.

Se non si riporta quindi in auge rapidamente il sistema economico costituzionale, esso verrà dimenticato per sempre, relegato fra le utopie del secolo passato che tanti danni hanno causato, come il comunismo. I fautori del “nuovo mondo”, quelli che per interesse personale o furore ideologico vogliono instaurare quello che ho definito in un altro scritto il “tecno-medioevo”, avranno buon gioco a sostenere, dati alla mano, che non ci sono alternative, che le persone devono imparare a cavarsela da sole, a confrontarsi solo con un mercato libero, spietato ma giusto, a vivere parcamente, ad apprezzare una salutare decrescita, a consumare poco per non inquinare, ad essere flessibili e nomadi, senza creare inutili legami territoriali o culturali (come ci consiglia espressamente la Boldrini, ad ogni piè sospinto…), che il futuro sono i migranti e la società “liquida”.

Solo le generazioni dai 40/50 anni in su ricordano ormai come si viveva prima della UE e dei suoi trattati e se li lasceremo fare, se aspetteremo sufficientemente da far sì che queste politiche economiche errate portino comunque anche in Italia ad un qualche tipo di crescita, magari con la stabilizzazione della disoccupazione intorno al 11%, come vuole per il nostro Paese il calcolo del NAIRU della Commissione europea, allora non ci sarà modo di tornare indietro, di prendere la strada della crescita vera, regolata e guidata dallo Stato e tendente alla piena occupazione, della tutela del lavoro e del welfare. La nostra Costituzione diverrà un bel vecchio libro di fiabe, un “c’era una volta” nostalgico ed un po’ ingenuo, un libro che qualche nonno si ostinerà a raccontare ai nipoti provocando il sorriso ironico ed accondiscendente del babbo, tutto proiettato ad essere flessibile, duttile e globalizzato, come vuole la realtà. Ecco perché bisogna “fare presto” a smantellare questa costruzione europea e le politiche che essa ci impone: nel lungo periodo saremo tutti morti, come notava ironicamente Keynes, ma saremo diventati prima tutti neoliberisti, felici di avere pochi eletti (ma non eletti da noi) che amorevolmente ci guidano, con indipendenza e saggezza. Come fa Draghi…

Luigi Pecchioli

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