IL FASCISMO “COSTITUZIONALE”: QUANDO LA STORIA VIENE TRASFIGURATA

In queste elezioni ormai prossime, un tema sta condizionando la campagna elettorale ed incidendo sulle scelte politiche, un tema che si può riassumere in una domanda: i partiti di estrema destra, come Casa Pound o Forza Nuova, che hanno nel loro programma i punti fondamentali di intervento economico cari ai c.d. sovranisti (recupero sovranità monetaria, sottoposizione della Banca Centrale al Tesoro, creazione banche pubbliche, separazione fra banche d’investimento e banche commerciali, ecc.) e che si dichiarano seguaci della Costituzione, pur dichiarandosi fascisti o post-fascisti, o, come CP, fascisti del terzo millennio, sono credibili e coerenti? Il fascismo, come alcuni raccontano, è stato un modo, pur sbagliato, di combattere il liberismo e la sua dottrina anti-Stato, e quindi in qualche maniera risulta coerente con il sistema costituzionale ad esso successivo?

La risposta ad ambedue le questioni è un deciso no.

Innanzitutto è bene mettere in chiaro un punto: essere e dichiararsi sovranisti in sé non ha nessun particolare valore. Uno Stato può essere sovrano ed essere totalmente antidemocratico: il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla o la Spagna di Franco, ma anche la Romania di Ceausescu, la Cina di Mao, o, attualmente, la Corea del Nord di Kim Jong-un, sono ottimi esempi di stati sovrani, ma non certo esempi di democrazia o rispetto dei diritti umani. Il fatto che conta è come viene esercitata la sovranità ed a quali fini. Non basta quindi che un movimento politico voglia riconquistare la sovranità perduta (condizione necessaria), ma occorre anche che ponga nel suo programma un utilizzo costituzionalmente coerente di tale sovranità, ovvero costruisca un modello sociale ed economico improntato alla tutela e salvaguardia dei diritti personali, civili e sociali.

Su questo punto i programmi dei movimenti di estrema destra che si dichiarano sovranisti mostrano carenze, oppure lasciano trapelare una visione della società piuttosto arcaica ed autoritaria: sia CP che FN immaginano un sistema politico-sociale piuttosto invasivo, con echi della retorica fascista (lo sport come formazione collettiva di un popolo, la cultura e la scuola rigidamente determinate da un pensiero unico dominante ed esaltante la radice culturale occidentale greco-cristiana, ecc.) con il primato dell’italianità per usufruire di benefici ed agevolazioni, ad esempio il bonus figli di 500 euro mensili, non cumulabili, che viene riconosciuto dallo Stato, ma solo a coppie di cui almeno uno dei coniugi sia di origine italiana. Anche il Senato, per ambedue i movimenti, deve tornare ad essere come il Senato delle Corporazioni di origine fascista, ovvero la Camera delle professioni e dei lavori, con buona pace delle elaborazioni successive del bipolarismo e dimenticando che le corporazioni, se nel Medio Evo sono state un motore di sviluppo delle neonate città, successivamente sono state una delle cause principali del declino produttivo italiano ed un luogo di formazione di lobbies.

Questi partiti pertanto, se pur dicono di rifarsi ai precetti costituzionali e pur avendo una visione “sociale” attenta alle esigenze dei lavoratori e volta a tutelare il welfare (d’altronde l’istituzione delle c.d. “marchette” e quindi di un sistema previdenziale obbligatorio per i lavoratori dipendenti è una conquista del Fascismo), dimostrano di essere ancora molto legati all’ideologia del Ventennio, alla quale si rifanno esplicitamente, e quindi non in sintonia con quella Costituzione che dichiarano di voler difendere e ripristinare.

Qui si innesta il secondo quesito, ancora più importante, poiché vi è da parte di alcuni un tentativo di rileggere il fascismo, soprattutto del periodo anteguerra, come un tentativo di opporsi al neoliberismo ante 1929 e quindi tutto sommato in linea con le successive posizioni espresse dalla Costituente in sede di stesura della Carta. Questo tentativo va respinto fermamente, come un pericoloso e fuorviante revisionismo della realtà storica.

Il Fascismo nasce come contrasto alle spinte rivoluzionarie socialiste che in quegli anni agitavano i Paesi europei. Ciò lo rende meritorio agli occhi dei grandi proprietari terrieri e soprattutto degli  industriali, i quali apprezzano il riuscito tentativo di “mettere in riga” i lavoratori, anche se il suo leader viene comunque visto con un certo sospetto. Come riporta Raffaello Uboldi nel suo “La presa del potere di Benito Mussolini”: “Del resto non è che piaccia troppo questo romagnolo di dubbie origini e di dubbio credo, quello che vogliono i capitani d’industria è soprattutto tornare a lavorare e produrre adesso che lo spettro della rivoluzione è stato esorcizzato. Si vuole comunque capire – a pericolo cessato – dove il fascismo intende portare il paese, semmai arriverà al potere. Da qui le rassicurazioni, che non mancano, e non mancheranno, partendo dalla prospettiva di uno Stato «manchesteriano», cioè privatizzato, che Mussolini ha così delineato:

«Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo».

Una affermazione di principio, un solenne articolo di fede cui ha fatto seguito la pubblicazione di un più preciso programma economico-finanziario fascista, redatto da due convinti liberisti, Massimo Rocca e Ottavio Corgini. Un programma che prevede l’abolizione dell’iniziativa parlamentare in materia di proposte di nuove spese, la riforma della burocrazia, la cessione ai privati delle aziende industriali di Stato, l’abolizione degli organi statali inutili, la razionalizzazione dei tributi e delle leggi che inceppano la produzione.”.[i]

Naturalmente questo programma economico trova il plauso entusiastico di uno dei campioni del pensiero liberista, Luigi Einaudi, il quale dalle colonne del Corriere della Sera così si esprime: «il programma … di Corgini e Rocca è un esempio di ritorno alle sorgenti. Nel caso nostro le sorgenti sono quelle liberali dell’economia classica, adattate alle necessità dell’ora presente» ed ancora:  «…il programma del Fascismo è nettamente quello liberale della tradizione classica. A Udine, domenica, il capo ripeteva: «Lo stato non rappresenta un partito, lo stato rappresenta la collettività nazionale, comprende tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranità… Noi vogliamo spogliare lo stato di tutti i suoi attributi economici. Basta con lo stato ferroviere, con lo stato postino, con lo stato assicuratore. Basta con lo stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello stato italiano. Resta la polizia che assicura i galantuomini dagli attentati dei ladri e dei delinquenti; resta il maestro educatore delle nuove generazioni; resta l’esercito che deve garantire la inviolabilità della patria e resta la politica estera». Ben detto: ripetere alle immemori generazioni imbevute di mortificanti dottrinette socialiste e statoladre gli insegnamenti di Adamo Smith, di Giambattista Say, di Francesco Ferrara… è sempre un merito grandissimo. E’ altrettanto importante creare le dottrine – e questo fecero i liberali classici – quanto il tornare ad attuarle; e questo sarebbe il compito che il Fascismo italiano si è proposto in Italia nel momento presente…le dottrine poco contano, ha detto Mussolini, dopo avere però accolte quelle del liberalismo classico. Ciò che importa è creare una nuova classe politica. Quella attuale, che Mussolini correttamente definisce giolittiana, perché nella sua maggioranza si è formata sotto l’influenza spirituale del vecchio capo piemontese, è stracca, sciupata, vinta. Essa negli ultimi tempi «ha condotto sempre una politica di abdicazione di fronte a quel fantoccio gonfio di vento che era il social-pussismo italiano». Giusto. Bisogna creare una nuova classe politica, forte, consapevole dei bisogni e delle energie del paese, risoluta a condurre l’Italia di Vittorio Veneto verso i suoi alti destini. Nella creazione di questa nuova classe politica l’on. Mussolini fa consistere il compito del fascismo…».[ii]

Anche durante il regime fascista Mussolini adotta politiche liberiste, come la famosa o famigerata quota 90; dal saggio di Andrea Virga “Le politiche economiche e finanziarie del governo Mussolini negli anni ‘20” si legge: “La “battaglia di quota novanta”… Un tale rafforzamento sgomentò lo stesso Volpi (NdA, si tratta di Giuseppe Volpi, Ministro delle Finanze del Governo Mussolini dal 1925 al 1928), il quale si interrogò circa l’opportunità di una simile rivalutazione, ma Mussolini insistette sul valore, ormai propagandistico, della “quota 90”.

Gli effetti politici furono senz’altro positivi, soprattutto sul piano del consenso. Le conseguenze economiche, tuttavia, risultarono in una forte contrazione del credito e una pesante deflazione, con un aumento rapido e vertiginoso della disoccupazione da 241.889 (30 giugno 1927) a 341.782 (31 ottobre). Nonostante ciò, piuttosto che tornare a una svalutazione della lira fino a raggiungere un valore più favorevole, si preferì agire con tre provvedimenti principali: la riduzione dell’indennità caro-vita e dei salari, l’alleggerimento del carico fiscale e la riduzione degli affitti.”.[iii]

Per chiudere è opportuno riportare una citazione dell’economista liberista Ludwig Von Mises, maestro di Von Hayek e consulente di Kalergi (una sicurezza…), il quale in “The argument of Fascism” così si esprime: «Non si può negare che fascismo e movimenti simili, finalizzati ad imporre delle dittature, siano pieni delle migliori intenzioni e che il loro intervento abbia, per il momento, salvato la civiltà europea. Il merito che il fascismo ha così ottenuto per sé, continuerà a vivere in eterno nella storia. Ma se la sua politica ha portato la salvezza, per il momento, non è della specie che potrebbe promettere di continuare ad avere successo. Il fascismo è stato un ripiego d’emergenza. Vederlo come qualcosa di più sarebbe un errore fatale.».[iv]

Credo che da questo breve, ma significativo excursus, per il quale ringrazio Luciano Barra Caracciolo ed il suo post “Antifascismo su Marte e liberismo: l’irresistibile TINA guerrafondaio” da cui ho tratto i rimandi, non si possa che evincere la totale falsità di un regime fascista antiliberista e precursore del modello costituzionale: se la nostra Carta si professa antifascista e ne ripudia l’ideologia, vietandone la ricostituzione, una ragione ci sarà…

 

[i]           R. UBOLDI, La presa del potere di Benito Mussolini, Le Scie, Mondadori 2009

[ii]           L. EINAUDI, Corriere della Sera, 27 settembre 1922

[iii]          A. VIRGA, Le politiche economiche e finanziarie del governo Mussolini negli anni ‘20, http://andreavirga.blogspot.com

[iv]          L VON MISES The argument of Fascism, da Liberalism: A Socio-Economic Exposition, Mission, Kansas 1978, in originale Liberalismus, Gustav Fischer Verlag 1927

error: Copia non permessa!! I Vs. dati di navigazione registrati